L’arresto eseguito oggi dalla Digos di Milano, in collaborazione con la Digos di Como, nei confronti di un sedicenne gravemente indiziato di attività di propaganda jihadista, neonazista e antisemita, non può essere letto come un episodio isolato. Al contrario, esso costituisce l’ulteriore conferma di una tendenza che le strutture di intelligence e la Polizia di Stato osservano da tempo e che impone una riflessione approfondita sul mutamento della minaccia terroristica.
L’ultima Relazione annuale dell’Intelligence evidenzia con chiarezza un dato che merita la massima attenzione: «dalle indagini condotte sul territorio nazionale emerge una chiara tendenza all’abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti» e «la quota dei minorenni è in costante crescita». Si tratta di un fenomeno che interessa non soltanto gli ambienti contigui all’estremismo jihadista, ma anche quelli suprematisti, neonazisti e accelerazionisti.I fatti confermano questa analisi.
Nel maggio scorso è stato arrestato a Firenze un quindicenne accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Nel giugno successivo è stato arrestato un sedicenne residente nel Bolognese, trovato in possesso di materiale jihadista, suprematista e di documentazione per la realizzazione di armi e dispositivi offensivi. A luglio è stata arrestata una diciassettenne della provincia di Pavia, accusata di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale dopo aver diffuso propaganda dello Stato Islamico e manifestato la volontà di compiere il martirio. Oggi un altro sedicenne, residente nel Comasco, è stato arrestato nell’ambito di un’indagine che ha documentato attività di propaganda jihadista, neonazista e antisemita.
Non si tratta più di casi sporadici. La loro successione temporale dimostra che siamo di fronte a una trasformazione strutturale della minaccia.
L’elemento di maggiore preoccupazione non risiede soltanto nell’età dei soggetti coinvolti, ma nel fatto che i reclutatori stanno orientando sempre più la propria azione verso gli adolescenti. I “burattinai” della radicalizzazione hanno compreso che proprio i minori rappresentano il bersaglio più vulnerabile. La ricerca della propria identità, il bisogno di appartenenza, il desiderio di riconoscimento, il disagio personale o relazionale e la naturale propensione a mettere in discussione ogni forma di autorità costituiscono fragilità che possono essere sfruttate con tecniche di manipolazione psicologica sempre più sofisticate.
Il web rappresenta oggi il principale teatro di questa attività di reclutamento. Attraverso piattaforme social, sistemi di messaggistica criptata, forum riservati e contenuti audiovisivi, i giovani vengono progressivamente avvicinati, isolati dal contesto di riferimento e accompagnati lungo un percorso di radicalizzazione che può condurre all’accettazione della violenza come strumento di affermazione personale o di lotta ideologica.
Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la crescente contaminazione tra matrici estremiste differenti. Jihadismo, neonazismo, suprematismo e antisemitismo, pur mantenendo proprie specificità ideologiche, convergono sempre più spesso nell’esaltazione della violenza, nella diffusione dell’odio e nel rifiuto dei principi dello Stato democratico. Per questo motivo il contrasto non può limitarsi a una singola matrice terroristica, ma deve sviluppare una visione unitaria del fenomeno dell’estremismo violento.
In questo scenario emerge con forza il ruolo della Polizia di Stato e, in particolare, della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e delle Digos, impegnate quotidianamente in un’attività di intelligence, monitoraggio e prevenzione che consente di individuare i percorsi di radicalizzazione prima che possano tradursi in azioni terroristiche. È un lavoro silenzioso, spesso poco visibile all’opinione pubblica, ma decisivo per la sicurezza nazionale.
L’azione repressiva, tuttavia, da sola non basta. La radicalizzazione dei minori impone una strategia complessiva nella quale la sicurezza si integri con la prevenzione educativa, culturale e sociale. Famiglie, scuola, università, istituzioni, servizi sociali e mondo dell’associazionismo devono essere coinvolti in un’azione comune volta a rafforzare l’educazione alla legalità costituzionale, il pensiero critico, la cittadinanza digitale e la capacità dei giovani di riconoscere i meccanismi della manipolazione ideologica.
La tutela dei minori coincide oggi con la tutela della sicurezza dello Stato. Ogni ragazzo sottratto alla propaganda dell’odio rappresenta una vittoria non soltanto sul terrorismo, ma anche sulla cultura della violenza che alimenta ogni forma di estremismo.
L’ANFP ritiene pertanto indispensabile continuare a investire nelle capacità investigative e di intelligence della Polizia di Stato, rafforzando parallelamente gli strumenti di prevenzione e le politiche di contrasto alla radicalizzazione giovanile. Anticipare la minaccia significa comprenderne l’evoluzione. E oggi l’evoluzione ci dice, con sempre maggiore evidenza, che la sfida si gioca anche nella capacità dello Stato di proteggere i propri giovani da chi tenta di trasformarli in strumenti dell’odio e della violenza.
Il Segretario Nazionale Enzo Letizia