Nel dibattito sulla sicurezza torna periodicamente la ricerca di nuove risposte alle emergenze: più uomini nelle strade, nuovi strumenti, nuovi soggetti da impiegare sul territorio. È comprensibile. La domanda di sicurezza dei cittadini richiede risposte concrete e lo Stato deve essere capace di darle. Ma c’è una domanda che viene prima delle altre: quale modello di sicurezza vogliamo per il nostro Paese?

L’Italia una risposta l’ha già data con la legge 1° aprile 1981, n. 121.

Quella legge non rappresentò soltanto la riforma della Polizia di Stato. Disegnò un’architettura della sicurezza pubblica fondata sull’Autorità di pubblica sicurezza, sulle Forze di polizia, sulla loro specializzazione e sul loro coordinamento, compiendo una precisa scelta per un modello civile. Una scelta che conserva intatta la propria attualità.

Il problema, dunque, non è essere favorevoli o contrari all’impiego delle Forze armate nelle strade. In determinate circostanze il loro concorso può essere utile e necessario e da anni costituisce una realtà del nostro sistema.

Il punto è un altro.

Nel dibattito pubblico affiorano, infatti, suggestioni che sembrano andare oltre il carattere eccezionale e sussidiario di tale impiego, fino a prospettare la possibilità di rendere abituale la presenza militare sul territorio, accompagnandola con l’attribuzione di funzioni e poteri propri della pubblica sicurezza. È un passaggio sul quale occorre riflettere con grande attenzione.

Perché ogni volta che si amplia un compito nasce inevitabilmente la questione dei poteri necessari per esercitarlo. E quando si interviene sui poteri, sulle funzioni, sulle dipendenze e sul coordinamento non si sta più semplicemente decidendo quanti uomini mettere in strada: si interviene sull’architettura della sicurezza pubblica.

Le emergenze hanno una caratteristica: chiedono risposte immediate. Ma una successione di risposte immediate può produrre nel tempo trasformazioni strutturali che nessuno aveva inizialmente programmato. Non vorremmo che, intervento dopo intervento, emergenza dopo emergenza, si arrivasse a modificare nei fatti il modello della legge n. 121 del 1981 senza aver mai discusso apertamente se quel modello debba essere modificato.

Per l’ANFP il punto deve rimanere fermo.

Alle nuove esigenze di sicurezza si risponde innanzitutto rendendo più forte il sistema della pubblica sicurezza: rafforzando le Forze di polizia, gli organici, la capacità operativa sul territorio, la professionalità e il coordinamento.

Il contributo di altre componenti dello Stato può affiancare questo sistema. Non deve progressivamente trasformarlo. Non è una questione corporativa. Non è una contrapposizione tra uniformi. È una questione di funzioni, responsabilità e ordinamento.

La legge n. 121 del 1981 ha costruito un equilibrio che ha accompagnato oltre quarant’anni di storia repubblicana. Adeguarlo alle nuove sfide è possibile e, quando necessario, doveroso. Cambiarlo un pezzo alla volta, senza dichiarare quale modello si vuole costruire, sarebbe invece un errore.

L’ANFP continuerà a vigilare perché l’evoluzione delle politiche di sicurezza avvenga nel rispetto di questo principio.

Roma, 14 settembre 2026

Enzo Marco Letizia

 

Editoriale 14 settembre 2026