Ci sono episodi che, per la loro gravità, impongono una riflessione che va oltre la comprensibile indignazione. La lettera indirizzata ad Angelo De Simone, il dirigente della Polizia di Stato rimasto ferito durante i violenti disordini del 17 ottobre a Milano, è uno di questi. Un funzionario di Polizia che, nonostante fosse stato colpito alla testa durante gli scontri, ha continuato a svolgere il proprio servizio, mantenendo la responsabilità del dispositivo di ordine pubblico e dei colleghi impegnati sul campo.
A distanza di alcuni giorni, quello stesso dirigente ha ricevuto una lettera contenente espressioni di odio e l’auspicio che le conseguenze dell’aggressione fossero state ancora più gravi, fino ad augurare la morte a lui e ai suoi colleghi.Non siamo di fronte a una critica, per quanto aspra, all’operato della Polizia. Non siamo neppure davanti a una manifestazione esasperata di dissenso. Siamo di fronte a qualcosa di profondamente diverso: la negazione dell’umanità di chi indossa una divisa.
Ed è proprio questo l’aspetto che dovrebbe preoccupare maggiormente.
In una società democratica è legittimo contestare le decisioni delle istituzioni, discutere le modalità di intervento delle Forze di polizia, denunciare eventuali errori e pretendere che ogni comportamento sia conforme alla legge. Sono diritti che appartengono a tutti e che la Polizia stessa è chiamata a garantire. Ma quando la critica si trasforma nel desiderio che un essere umano venga ucciso o rimanga gravemente menomato, si oltrepassa un confine che non riguarda più soltanto il rapporto tra cittadini e istituzioni. Si mette in discussione il fondamento stesso della convivenza civile.
C’è poi una contraddizione sulla quale vorrei richiamare l’attenzione.
Quel dirigente di Polizia, al quale qualcuno ha augurato la morte, non esiterebbe a intervenire per salvare la vita della stessa persona che gli ha indirizzato quelle parole. Lo farebbe perché questo è il suo dovere. Perché un poliziotto non sceglie chi proteggere in base alle opinioni politiche, alle simpatie personali o al rispetto che riceve. Lo farebbe perché ha prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica e alle sue leggi, e perché la tutela della vita e dell’incolumità delle persone viene prima di qualsiasi sentimento individuale.
È questa la differenza fondamentale tra chi considera la violenza una risposta possibile e chi, per professione e per scelta, è chiamato a impedirla. Il poliziotto non è il rappresentante di una parte politica. È un servitore dello Stato democratico, chiamato a garantire diritti e libertà che appartengono indistintamente a tutti, anche a coloro che contestano le istituzioni. Non dobbiamo però commettere l’errore di considerare questa vicenda come un episodio isolato, da liquidare con qualche espressione di solidarietà.
Il linguaggio dell’odio, soprattutto quando diventa abituale, finisce per rendere accettabile ciò che dovrebbe suscitare un rifiuto immediato. La progressiva disumanizzazione di chi viene percepito come un avversario costituisce un terreno pericoloso sul quale possono maturare atteggiamenti di intolleranza e comportamenti violenti. Non ogni parola ostile conduce alla violenza, ma una società che si abitua ad augurare la morte a chi svolge una funzione pubblica rischia di perdere progressivamente il senso del limite e della responsabilità.
Per questo la risposta non può essere affidata soltanto alle Forze dell’ordine. Deve coinvolgere la politica, le istituzioni, il mondo dell’informazione, la scuola e tutti coloro che contribuiscono a formare la coscienza civile del Paese. Occorre recuperare il rispetto per le persone anche quando non se ne condividono le idee o le azioni. Un rispetto che non significa rinunciare alla critica, ma riconoscere che nessuna divergenza può giustificare l’auspicio della sofferenza o della morte altrui.
Come Associazione Nazionale Funzionari di Polizia sentiamo il dovere di esprimere la nostra vicinanza ad Angelo De Simone, ma anche di richiamare l’attenzione su una questione più ampia: la necessità di preservare il valore umano e istituzionale di chi quotidianamente assume responsabilità difficili, spesso in condizioni di rischio, per assicurare la libertà e la sicurezza degli altri. Non chiediamo privilegi, immunità dalle critiche o riconoscimenti incondizionati. Chiediamo che venga riconosciuto un principio elementare: chi serve lo Stato non può essere trasformato in un nemico da odiare per il solo fatto di svolgere il proprio dovere.
Le immagini di Angelo De Simone ferito, ma ancora impegnato a coordinare il servizio, raccontano molto della professionalità e del senso di responsabilità dei funzionari e degli appartenenti alla Polizia di Stato. La lettera che ha ricevuto racconta, invece, quanto sia ancora necessario lavorare sulla cultura del rispetto e sul significato delle istituzioni democratiche. La forza di uno Stato democratico non si misura soltanto dalla capacità di contrastare chi esercita la violenza, ma anche dalla capacità di proteggere i diritti di chi lo contesta.È ciò che la Polizia fa ogni giorno, spesso lontano dalle telecamere, senza chiedere a nessuno da quale parte stia.
Roma, 03 novembre 2026
Il Segretario Nazionale Enzo Marco Letizia