Vi sono momenti nei quali singoli episodi, apparentemente scollegati tra loro, inducono a interrogarsi sulla direzione che stanno prendendo le istituzioni.

Il dibattito sulla cosiddetta “Guardia Nazionale”, la presenza del Capo di Stato Maggiore della Difesa nella premiazione di attività di polizia giudiziaria durante la Festa della Guardia di Finanza e, più in generale, una crescente valorizzazione del paradigma militare anche nel campo della sicurezza interna rappresentano segnali che meritano una riflessione approfondita.

Non è una questione di rivalità tra amministrazioni, né tantomeno di persone. Le Forze armate costituiscono un presidio essenziale della Repubblica e godono della massima considerazione. Proprio per questo è necessario che ciascuna istituzione continui a svolgere fino in fondo la propria missione, senza sovrapposizioni che rischiano di alterare un equilibrio costruito con lungimiranza.

La legge n. 121 del 1981 non ha semplicemente riorganizzato la pubblica sicurezza. Ha compiuto una precisa scelta di civiltà istituzionale: distinguere la difesa militare dalla sicurezza interna, affidando quest’ultima a un sistema civile nel quale l’autorità di pubblica sicurezza rappresenta il punto di equilibrio tra libertà, legalità e tutela dei diritti.

In questo modello il Questore non è soltanto il dirigente di un ufficio di polizia. È l’Autorità tecnica provinciale di pubblica sicurezza, chiamata a tradurre gli indirizzi dell’autorità politico-amministrativa in decisioni operative, coordinando le forze di polizia e garantendo che la sicurezza sia esercitata nel pieno rispetto della legge e delle libertà costituzionali.

È questa la forza del modello italiano: una sicurezza affidata a un’autorità civile, capace di coniugare fermezza e garanzie, prevenzione e rispetto dei diritti, efficacia operativa e controllo democratico.

Per questo motivo destano preoccupazione tutti quei segnali che, anche soltanto sul piano simbolico, sembrano attenuare la distinzione tra funzione militare e funzione di polizia. Il rischio non è la collaborazione tra istituzioni, che è sempre stata un valore e continuerà a esserlo. Il rischio è che si affermi progressivamente una cultura nella quale il paradigma militare venga considerato il riferimento naturale anche per la sicurezza interna, finendo per ridimensionare il ruolo delle autorità civili di pubblica sicurezza.

La storia della Repubblica insegna il contrario. Ogni volta che si è scelto di rafforzare la sicurezza, lo si è fatto valorizzando le istituzioni civili, chiarendo le competenze e rendendo più efficiente il coordinamento tra le diverse amministrazioni, non confondendone i ruoli.

I simboli, in questo contesto, non sono dettagli. Essi contribuiscono a definire la cultura istituzionale. Una cerimonia, una premiazione, una rappresentanza trasmettono un messaggio che va ben oltre il protocollo.

L’ANFP continuerà a richiamare l’attenzione su questi temi senza spirito polemico, ma con la convinzione che difendere la centralità della Polizia civile, dell’Autorità di pubblica sicurezza e del ruolo del Questore significhi difendere uno degli equilibri più preziosi costruiti dalla Repubblica.

Perché la sicurezza interna non è il terreno sul quale importare modelli propri della difesa militare. È il luogo nel quale lo Stato manifesta ogni giorno il volto della legalità democratica, dell’imparzialità e della vicinanza ai cittadini. Ed è proprio questa identità che deve essere preservata e rafforzata, nell’interesse delle istituzioni e della stessa Repubblica.

Roma, 26 giugno 2026

Enzo Marco Letizia

 

Editorale La Polizia civile 26 giugno 2026