Al Signor Ministro dell’Interno
Pref. Matteo Piantedosi
Al Signor Ministro della Giustizia
On. Carlo Nordio
Ai Presidenti delle Commissioni
Affari Costituzionali e Giustizia di Camera e Senato
Oggetto: Caso Shalabayeva – riflessioni dell’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia alla vigilia del giudizio della Corte di Cassazione
Onorevoli Ministri, Onorevoli Presidenti,
il prossimo 20 ottobre la Corte di Cassazione sarà nuovamente chiamata a pronunciarsi sulla vicenda giudiziaria relativa al cosiddetto “caso Shalabayeva”, che da tredici anni coinvolge il Prefetto Renato Cortese, Maurizio Improta, Francesco Stampacchia e Luca Armeni.
Nel pieno rispetto dell’autonomia e delle prerogative della magistratura, l’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia ritiene doveroso richiamare l’attenzione delle più alte Autorità politiche e parlamentari competenti su alcuni aspetti della vicenda che trascendono le singole posizioni processuali e investono direttamente il tema della responsabilità di chi esercita funzioni pubbliche e, in particolare, di chi è quotidianamente chiamato ad assumere decisioni nell’ambito della sicurezza pubblica.
Il punto dal quale riteniamo necessario partire è semplice: un funzionario pubblico deve essere valutato sulla base degli atti, delle informazioni e delle conoscenze concretamente disponibili nel momento in cui è chiamato ad agire.
Gli atti e le informazioni disponibili
Nel maggio 2013 i funzionari della Polizia di Stato operarono nell’ambito di procedure istituzionali attivate per la ricerca di Mukhtar Ablyazov, indicato nei circuiti internazionali di cooperazione di polizia come latitante.
Assume, sotto questo profilo, particolare rilevanza la lettera indirizzata dall’allora Segretario generale dell’Interpol, Ronald K. Noble, al Capo della Polizia Alessandro Pansa, recentemente tornata all’attenzione pubblica.
Da tale documento emerge un elemento che merita di essere attentamente considerato: le informazioni relative allo status di rifugiato riconosciuto nel Regno Unito ad Ablyazov non risultavano nella disponibilità dell’Interpol e, conseguentemente, non potevano essere ricavate dai funzionari italiani attraverso la consultazione delle relative banche dati.
Non si tratta di un aspetto secondario. Un operatore di polizia agisce sulla base degli atti, delle risultanze delle banche dati e delle informazioni trasmesse attraverso i canali istituzionali. Non gli si può chiedere di conoscere ciò che, nel momento in cui deve decidere, non risulta dagli strumenti informativi ufficialmente a sua disposizione.
È proprio la distanza tra ciò che era concretamente conoscibile al momento dell’azione e ciò che è emerso successivamente a rappresentare, a nostro avviso, uno degli aspetti più delicati dell’intera vicenda.
Il confine tra adempimento e responsabilità
La contestazione del delitto di sequestro di persona pone una questione ancora più profonda.
Il dolo presuppone la coscienza e la volontà di realizzare la condotta penalmente illecita. Eppure, nel corso di tredici anni di vicende processuali, non è emerso alcun movente economico, personale, corruttivo o di favoreggiamento che possa spiegare per quale ragione funzionari dello Stato avrebbero deliberatamente deciso di commettere un sequestro di persona.
Essi operarono apertamente, coinvolgendo strutture e personale dell’Amministrazione e attivando procedure formali nell’esercizio delle rispettive funzioni. È pertanto necessario interrogarsi sul confine tra l’eventuale irregolarità o erroneità di una procedura amministrativa e la responsabilità penale personale di chi abbia agito confidando nella legittimità degli atti e nell’attendibilità delle informazioni provenienti dai canali istituzionali.
Diversamente, si rischia di determinare quello che abbiamo definito, provocatoriamente ma non senza preoccupazione, un “reato di adempimento”: la possibilità, cioè, che l’esecuzione di un atto ritenuto legittimo sulla base delle informazioni disponibili possa essere successivamente riletta, alla luce di elementi allora non conoscibili, sino ad assumere i caratteri di una condotta penalmente dolosa.
Una questione che riguarda il funzionamento dello Stato
La questione non riguarda soltanto Renato Cortese, Maurizio Improta e gli altri funzionari coinvolti.
Riguarda migliaia di funzionari pubblici che ogni giorno devono assumere decisioni, spesso in tempi estremamente ristretti, facendo affidamento sugli atti dell’Amministrazione, sulle informazioni provenienti da altre istituzioni e sulle banche dati nazionali e internazionali. Una democrazia ha bisogno di funzionari capaci di decidere con determinazione, tempestività e serenità, assumendosi pienamente le responsabilità proprie della funzione.
Se all’adempimento diligente dei doveri d’ufficio si associa il timore che decisioni assunte sulla base degli atti e delle informazioni ufficialmente disponibili possano essere successivamente valutate alla luce di elementi che, al momento dell’azione, non erano nella disponibilità del funzionario, il rischio è quello di favorire atteggiamenti eccessivamente difensivi e una progressiva burocratizzazione dell’azione amministrativa.
Non invochiamo alcuna forma di immunità per chi esercita una funzione pubblica. Al contrario, riteniamo che proprio l’elevato livello di responsabilità attribuito ai funzionari imponga che le loro condotte siano valutate rigorosamente, ma anche tenendo conto del contesto informativo e giuridico concretamente esistente nel momento della decisione.
L’affidamento nelle istituzioni
Vi è, infine, un tema che consideriamo essenziale: quello dell’affidamento istituzionale.
Il funzionario dello Stato deve poter confidare nella legittimità degli atti provenienti dalle Autorità competenti e nell’attendibilità delle informazioni veicolate attraverso i canali ufficiali, nazionali e internazionali. Se questo affidamento viene meno, non è soltanto il singolo funzionario a trovarsi esposto. È lo stesso processo decisionale dell’Amministrazione a diventare più fragile.
Occorre pertanto mantenere una chiara distinzione tra le responsabilità di chi assume ed esegue decisioni sulla base delle informazioni disponibili e le conseguenze derivanti da eventuali asimmetrie informative, disfunzioni istituzionali o dinamiche internazionali delle quali l’operatore non poteva avere conoscenza.
Dopo tredici anni di processi, sentenze di segno diverso e conseguenze personali e professionali particolarmente gravose per i funzionari coinvolti, l’ANFP auspica che il prossimo giudizio della Corte di Cassazione possa restituire una risposta definitiva a questa vicenda.
L’auspicio di un’assoluzione piena non nasce da una posizione corporativa, né intende interferire con il libero esercizio della funzione giurisdizionale. Nasce dalla convinzione che la responsabilità personale debba essere valutata sulla base di ciò che il funzionario sapeva e poteva conoscere nel momento in cui ha agito.
Riaffermare questo principio significa tutelare insieme la responsabilità individuale, la certezza del diritto e la serenità di quanti, nell’interesse della Repubblica, sono chiamati ogni giorno ad assumere decisioni difficili.
Con osservanza,
Enzo Marco Letizia