C’è un dato che dovrebbe orientare ogni analisi seria: la manifestazione svoltasi sabato a Roma si è conclusa senza scontri, senza incidenti, senza tensioni. In un contesto segnato da un clima politico acceso e da una forte esposizione mediatica, questo risultato non è affatto scontato. È il frutto di un lavoro paziente e spesso invisibile, costruito sul dialogo tra organizzatori e Questura di Roma, sulla capacità di prevenire e sull’equilibrio operativo delle Forze di polizia.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento che merita di essere valorizzato: l’efficacia dell’azione di prevenzione messa in campo in relazione al presidio vietato presso il Parco degli Acquedotti, organizzato per la commemorazione dei due anarchici morti nell’esplosione dei giorni precedenti. Anche in quel contesto, l’intervento delle Forze di polizia si è dimostrato tempestivo e adeguato, consentendo di neutralizzare sul nascere possibili criticità, anche attraverso l’utilizzo degli strumenti previsti dall’ordinamento, come il fermo preventivo nell’ambito di una manifestazione pubblica. Un’azione che ha contribuito in modo concreto a garantire l’ordine e la sicurezza complessiva della città.
Eppure, a fronte di questi dati oggettivi, il dibattito pubblico si era rapidamente spostato altrove. Si era concentrato su un episodio – il controllo che ha interessato l’eurodeputata Ilaria Salis – trasformandolo in un caso politico, fino a evocare scenari che nulla hanno a che vedere con la realtà dei fatti.
Qui si misura una frattura sempre più evidente: quella tra la dimensione tecnica e quella percettiva. La prima è fatta di norme, procedure, obblighi internazionali. La seconda di narrazioni, semplificazioni, talvolta di letture ideologiche.
Il comunicato della Questura di Roma è chiaro: l’attività svolta trae origine da una segnalazione inserita nei circuiti di cooperazione europea. In questi casi non esiste discrezionalità. Non si tratta di scegliere se intervenire o meno, ma di adempiere a un obbligo.
Non vi è stata perquisizione, non vi è stato accesso alla stanza, e ogni verifica è stata interrotta non appena accertata l’identità dell’interessata. Soprattutto, non vi è alcun collegamento con la manifestazione né con le recenti norme in materia di ordine pubblico. Eppure, tutto questo fatica a entrare nel racconto pubblico.
Si è continuato a parlare di “controllo preventivo”, si sono evocate derive autoritarie, costruendo parallelismi impropri. Non è solo una forzatura: è un cortocircuito informativo. Perché quando i fatti vengono piegati a una chiave di lettura predefinita, il rischio non è soltanto quello di alimentare polemiche, ma di incrinare la fiducia nelle istituzioni.
C’è un punto che merita di essere detto con chiarezza: in uno Stato di diritto le regole valgono per tutti. Anche quando riguardano figure istituzionali. E proprio il rispetto di queste regole, senza eccezioni né scorciatoie, è la garanzia più solida per i diritti di ciascuno.
Allo stesso tempo, non si può ignorare un altro aspetto: la sicurezza pubblica è un equilibrio delicato, che si regge sulla professionalità degli operatori e sulla collaborazione tra istituzioni e società. Il fatto che una manifestazione potenzialmente complessa si sia svolta senza incidenti, così come la gestione efficace di situazioni a rischio come quella del Parco degli Acquedotti, dovrebbero essere il centro della riflessione, non un dettaglio marginale.
Invece spesso accade il contrario: il successo della gestione passa in secondo piano, mentre un episodio tecnico viene amplificato e reinterpretato.
È una dinamica che interroga tutti. Perché una democrazia matura si misura anche nella capacità di distinguere tra ciò che è e ciò che si vuole che sia. Tra il fatto e la sua rappresentazione.
Il caso di Ilaria Salis, al di là delle polemiche, ci consegna una lezione semplice ma fondamentale: la realtà non può essere sostituita dalla percezione. E quando questo accade, il rischio non è solo quello di deformare un singolo episodio, ma di indebolire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Roma, 30 marzo 2026
Enzo Marco Letizia