Ci sono fatti di cronaca che impongono un dovere preliminare: fermarsi.

Fermarsi prima dei giudizi, prima delle contrapposizioni, prima delle semplificazioni che servono solo a cercare consenso, a costruire nemici da additare o slogan da ripetere.

L’episodio di Rogoredo riporta al centro un tema delicatissimo che lo Stato non può permettersi di affrontare con superficialità: il rapporto tra sicurezza, tutela della vita umana e uso legittimo della forza. Perché la sicurezza non è una parola astratta, ma una responsabilità pubblica che si esercita in un contesto reale, spesso imprevedibile, che non concede il lusso della calma né la possibilità di riscrivere il tempo dopo che è trascorso. Chi interviene lo fa per dovere, non per scelta personale, e questa è una verità che va tenuta insieme a un’altra, altrettanto essenziale: ogni vita conta.

Un poliziotto è un servitore dello Stato chiamato a decidere in una frazione di secondo, in condizioni di rischio, con informazioni incomplete, in scenari confusi, con la consapevolezza che un errore può essere irreparabile.

Chi non vive questi contesti tende a immaginare che l’intervento sia lineare, ordinato, prevedibile, come una sequenza di passaggi ordinati; ma la realtà è un’altra ed è fatta di attimi che non si possono rallentare, di immagini e risultanze che cambiano improvvisamente, di minacce che possono essere concrete o solo apparentemente tali, e di decisioni che non possono essere rimandate.

Il punto decisivo è proprio questo: non si giudica con il comodo del “dopo”, occorre mettersi nei panni del poliziotto che ha agito in quel momento, nel tempo reale dell’azione e non nella quiete della ricostruzione. Serve quindi un accertamento serio e rispettoso di tutte le persone coinvolte, ma serve soprattutto una riflessione più ampia che guardi oltre il singolo caso, perché una sicurezza credibile richiede regole chiare, formazione e tutela, la credibilità di un poliziotto e dell’Autorità si regge sulla fiducia e sul rispetto delle regole.

Uno Stato serio deve garantire formazione, linee operative coerenti, strumenti proporzionati, protezione giuridica e assistenza a chi lavora in prima linea, senza scaricare sul singolo le contraddizioni di un sistema che pretende tutto e riconosce troppo poco.

Difendere la legalità significa difendere anche chi la applica, perché sicurezza non significa brutalità e non significa impunità: sicurezza significa equilibrio, responsabilità, disciplina e presenza dello Stato dove lo Stato è chiamato a esserci.

Il cittadino ha diritto a essere protetto e chi quel diritto lo difende ha diritto a non essere abbandonato. E questo è un altro punto: non si costruisce una società più giusta indebolendo chi garantisce l’ordine democratico e non si costruisce una società più sicura rinunciando ai principi che ne sono il fondamento, ma nella capacità, tutta italiana, di pretendere sicurezza e legalità nello stesso tempo, senza ipocrisie e senza scorciatoie.

Perché la forza dello Stato non è l’assenza di limiti, è la capacità di esercitare il potere con misura e di proteggere chi lo esercita per difendere tutti.

 

Roma, 30 gennaio 2026

IL SEGRETARIO NAZIONALE

ENZO MARCO LETIZIA

Editoriale Rogoredo 30 genn 2026