Siamo stati profetici – ma non serve a nulla avere ragione – quando abbiamo sollevato una serie di obiezioni sui contenuti dell’Accordo Nazionale Quadro, che non rispondeva affatto alle esigenze di una polizia moderna in un’epoca di cambiamenti.
Si aveva la necessità di dotarsi di un sistema di regole più agile ed autorevole, per far fronte ad una sempre maggiore domanda collettiva di sicurezza, senza disconoscere per il poliziotto il diritto fondamentale alla “qualità della vita” , attraverso norme che avrebbero reso la Polizia di Stato più efficace nell’offerta dei servizi per garantire l’ordine , la sicurezza pubblica e la legalità.
Si sono invece create le premesse che hanno trasformato la gestione del lavoro nella polizia in una missione impossibile. Il Dipartimento ha scaricato sul territorio l’aggiustamento di regole farraginose o inattuabili attraverso compromessi locali, che non giovano alla reale governabilità del Corpo e che, soprattutto, rende vulnerabili e ostaggi di veti incrociati proprio coloro che, per conseguire i risultati attesi dai cittadini, devono quotidianamente assumere le responsabilità di direzione del personale.
Si assiste così ad esempi paradossali: un Questore non ha la possibilità di condividere il servizio di vigilanza al corpo di guardia con gli altri uffici di specialità, che insistono nello stesso sito di edifici, oppure, un altro, non può disporre controlli amministrativi notturni alle discoteche.
Non si tratta di casi estremi, ma di esempi tratti da una infinita quotidianità, che illustrano come questa deriva metta a rischio la nostra specificità rispetto al pubblico impiego.
Saranno altri, su altri tavoli, quelli che contano, nei quali si distribuiscono le risorse, a fare emergere certe contraddizioni a livello governativo.
Ma diciamocelo con chiarezza questo non è altro che l’esito terminale di una politica che nell’ultimo decennio, ha visto l’approvazione di contratti del tutto inadeguati a riconoscere la specificità delle funzioni delle Forze di Polizia, che, combinati con continui e rilevanti tagli alle relative risorse umane e strumentali, hanno peggiorato le condizioni di lavoro.
Del resto sarebbe improponibile richiedere al personale un impegno oltre misura, quando è netta la consapevolezza di non poterne ricompensare adeguatamente i diuturni sacrifici e i prioritari servizi resi.
A titolo di esempio, basti citare il caso emblematico del servizio di scorta ai treni: questa particolare attività operativa beneficia di una congrua indennità economica, corrisposta dall’ente di gestione ferroviaria e, conseguentemente, registra una percentuale di defezione pressoché nulla da parte del personale da impiegare.
In questo caso non si incontra alcuna difficoltà nella predisposizione del servizio, se non quella di gestire le numerose richieste del personale che, a titolo volontario, richiede di poterlo effettuare.
Avremmo preferito che le congrue indennità fossero di natura pubblica, perché, va detto, così ci vendiamo l’ “anima” al privato.
Il blocco dei progetti di riordino delle carriere e del turn over, la contrazione di risorse per centinaia e centinaia di milioni di euro necessari al funzionamento del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, lo stop alle retribuzioni rappresentano una serie di concause che messe insieme hanno indebolito la Polizia di Stato.
È bene che il Dipartimento esca fuori dalle ambiguità, dia un colpo d’ala con un progetto, che non subisca il cambiamento, ma lo governi.
Ma badi bene, non c’è molto tempo a disposizione. Nel breve periodo nulla sarà come è adesso.